Il tempo sospeso dell’archeologia industriale

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La sensazione di tempo sospeso che ha percorso tutta la settimana scorsa con un rallentamento quasi irreale dei ritmi a cui ci siamo abituati, mi ha portato a pensare che è la stessa sensazione che pervade anche quando capita di trovarsi di fronte a un esempio fisico o fotografico di un immobile che rientra nell’ambito della cosiddetta archeologia industriale.

Sarà che sono nata “con vista su una ciminiera”, ma ancora adesso mi affascina e trovo famigliare la sagoma degli spazi produttivi che animavano prima molte realtà, di ogni dimensione e che adesso sembrano inutili carcasse di animali preistorici in attesa di appassionati scienziati per essere analizzati.

Il tema del recupero degli immobili industriali ormai dismessi porta con sé tutta una serie di implicazioni in termini di mercato immobiliare che devono essere prese in considerazione.

La prima tessera di questo complicato puzzle è l’attività di bonifica che in funzione dell’attività preesistente può essere più o meno complessa, cui fa seguito la presa di coscienza da parte degli stakeholders del territorio di quelli che possono essere gli usi alternativi a cui destinare gli immobili o l’area oggetto di riqualificazione. Per assurdo è proprio questa la parte più ardua, perché presuppone che si attui un processo di analisi e di verifica delle potenzialità di quell’immobile.

L’esempio delle grandi città internazionali che hanno trovato nella riqualificazione degli edifici industriali dismessi una nuova forma di residenze per determinate categorie di utenti ha avuto nel nostro Paese, poca fortuna, anche a causa di una normativa non sempre favorevole. Nel nostro paese la riconversione più ricorrente è stata quella in spazi dedicati alla grande distribuzione e nei casi più fortunati di spazi espositivi.

Ovviamente la riqualificazione e la riconversione degli edifici industriali dismessi porta con sé tutta una serie di valutazioni che portano alla decisione di demolire totalmente riportando a tabula rasa la superficie o alternativamente a conservare la sagoma e procedere ad una rigenerazione totale degli interni.

Alcuni esempi di archeologia industriale hanno un valore architettonico notevole. Non sono infatti rari i casi in cui architetti di fama hanno contribuito alla realizzazione di queste strutture.

Molta attenzione deve essere posta al contesto urbano che circonda queste aree, anche perché molte realtà produttive avevano la propria sede la centro delle città, mentre in altri casi quella che fino a qualche tempo fa era definibile come periferia adesso è parte integrante del tessuto urbano.

Resta evidente che il principio della domanda e dell’offerta impone che, a fronte di prodotto nuovo immesso sul mercato, ci sia una domanda in grado di soddisfare l’offerta messa sul piatto. I driver che devono regolare la trasformazione e la riconversione di queste aree, soprattutto nei centri urbani più interessanti sono essenzialmente la voglia di attrarre nuovi potenziali investitori e clienti e l’attivazione di strutture snelle che non imprigionino in maglie troppo strette i progetti di rigenerazione.

Se è vero che molte strutture meritano la conservazione è altrettanto vero che altre sono solo inutili catafalchi di scarso valore che possono essere demoliti senza arrecare danno alcuno al patrimonio architettonico delle città.

Inevitabilmente, trasformazioni così importanti richiedono l’impegno di tutti gli attori del territorio siano essi pubblici e privati e necessitano di un dialogo costruttivo scevro da particolarismi, ma che abbia come unico obiettivo la crescita di attrattività della città. Benché sia più che noto che le trasformazioni generano il timore della maggioranza dei cittadini di non riconoscere più il loro habitat naturale, io ritengo tuttavia che molto potrebbe essere fatto.

Come sosteneva l’architetto Van der Rohe: “L’architettura è la volontà dell’epoca tradotta nello spazio”.

di Valentina Piuma – vai al blog virginialunare.it