Sigest delinea i macrotrend che governeranno il 2018

Sigest ha promosso attraverso il proprio centro studi un incontro di scambio e confronto guidato dall’analista internazionale Dario Fabbri, per comprendere, più che prevedere, quali sono i nostri orizzonti economici e politici.

Un appuntamento di approfondimento sulle sfide di questo anno che si delinea particolarmente interessante per il settore immobiliare, considerando altresì i fattori esogeni e politici che condizionano il mercato real estate. L’incontro ha riunito allo stesso tavolo i principali attori del mercato immobiliare italiano, promuovendo la discussione e l’analisi di ciò che sta accadendo sulla scacchiera geopolitica mondiale.

I temi indagati hanno riportato a una fotografia dell’Europa e dei suoi equilibri – talvolta precari – la Brexit, la visione insulare italiana insieme ai suoi limiti e opportunità, la stabilità degli Stati Uniti nell’epoca imperialista di Trump, la crisi coreana e il futuro più presente delle vie della seta cinesi.

“Per analizzare le sfide che attendono l’Italia, è necessario indagare le principali crisi internazionali, comprenderne le dinamiche e valutarne gli sviluppi. Dalla Brexit al futuro della costruzione comunitaria, dal programma nucleare nordcoreano alle vie della seta cinesi. Perché il contesto internazionale inciderà sul nostro paese in maniera decisiva. E il settore immobiliare, da sempre strumento per valutare l’andamento generale dell’economia, più di altri necessita di cogliere cosa accadrà nel mondo”, ha introdotto Fabbri.

Dove si colloca l’Italia in un panorama geopolitico quanto mai segmentato e quali sono le sfide e le opportunità per il nostro settore in questo contesto economico? Mossi da questa domanda, abbiamo promosso questo incontro con il professor Fabbri – ha commentato Vincenzo Albanese, ceo di Sigest – Affrontare con lui le tematiche più sensibili è stata per noi un’occasione importante per far luce su alcuni aspetti tangibili del nostro vivere. Fondamentale per navigare al meglio in uno scenario cosi complesso soprattutto per indirizzare futuri investimenti e continuare a sostenere il rinnovato rinascimento di Milano e dell’Italia”.

L’immutabilità e i pericoli del 2018: i macrotrend di Dario Fabri

L’Unione Europea probabilmente non diventerà mai uno Stato compiuto. Piuttosto resterà un forum, un’area di libero scambio, una cornice al cui interno le principali potenze (Germania, Francia, Polonia, Italia, Spagna) continueranno a scontrarsi per ragioni di interesse nazionale. A patto che la Germania, come extrema ratio, non realizzi uno spazio maggiormente politico (KernEuropa), con una propria moneta (Neuro), di cui gli apparati tedeschi parlano da tempo e che potrebbe spaccare in due l’Italia.

Andando più nel dettaglio, il punto chiave del contesto europeo è l’utopica unione politica. Gli europei di fatto non esistono se non nella mentalità di pochissimi eletti, la stragrande maggioranza non è convinta dell’uguaglianza tra paesi. Manca il comune senso di appartenenza e di comunità. Difatti è un’iniziativa francese (Macroniana) quella di trasferire l’unione monetaria anche sul piano politico, uno scontro evidente con l’idea tedesca di costituire un’Europa più coesa sì, ma dal punto di vista economico unita grazie alla catena di valore tedesca, selezionando i Paesi aderenti. Questo costituisce un rischio evidente per l’Italia: cosa succederebbe infatti se da questa selezione l’Italia venisse esclusa quando il Nord, Milano e Lombardia in primis, dipendono economicamente dalla Germania essendo nel suo spazio produttivo?

Una spaccatura importante con riflessi economici non prevedibili, ma un dato di fatto è che nei prossimi anni Francia e Germania hanno necessità di camminare in coppia per motivi politici, economici e commerciali. L’extrema ratio tedesca di farsi una sua Europa si scontra con il core business commerciale del Paese, in quanto esporta circa il 40% del suo Pil. Chi vive di export ha bisogno di andare d’accordo con tutti, anche con l’Italia.

Quanto all’Italia, in attesa della definizione del governo, è indispensabile mantenere un rapporto dialettico con l’Ue e di conseguenza con il precario equilibrio dei rapporti Francia e Germania. Qualsiasi governo che ci sarà dovrà affrontare questo problema importante da scacchiera geopolitica che rischia di dividere dall’interno il nostro sistema produttivo.

L’approccio politico italiano con l’Ue è dicotomico: i politici si dividono sui pro Ue, proclamata con metodi propagandistici quale salvatrice, e quelli contro che sostengono la possibilità di poter tornare finalmente indipendenti. Ma l’Unione Europea è una cornice nella quale gli stati difendono i propri interessi nazionali, questo dibattito manca nella nostra Italia insulare che tende a vivere come se fosse sola. Scambiare la cornice per la sostanza vuol dire non analizzare correttamente i parametri. Farlo potrebbe dare una spinta sostanziale allo sviluppo industriale e al nostro senso civico.

Intanto la Gran Bretagna sta tornando alla vecchia politica di bilanciamento degli affari continentali, utilizzando la Polonia e il gruppo di Visegrad per rispondere al peso della Germania. Nei prossimi anni Londra e Bruxelles (quest’ultima influenzata da Berlino) sigleranno un accordo di libero scambio e nel medio periodo la Brexit avrà un riverbero negativo sull’economia britannica, sebbene inferiore alle attese.

L’America guidata da Trump non è e non sarà molto diversa da ciò che è sempre stata. Nonostante la retorica protezionistica, la superpotenza non si chiuderà in sé. Riuscirà a ridurre il deficit commerciale, ma non rinnegherà il ruolo di compratore di ultima istanza, né tornerà a essere una nazione manifatturiera. La strategia americana non subirà variazioni sostanziali. Il presidente americano, aldilà degli strali twitterati, dispone di poteri limitati.

Gli americani hanno eletto Trump per liberare il sistema imperiale americano dei suoi satelliti, tutti i leader europei nelle risposte di contrasto ricordano che noi siamo alleati Usa, ma è proprio questo il motivo per cui gli Stati Uniti esigono un pagamento: i Dazi. Nel momento in cui scriviamo, aprile 2018, i dazi sono sospesi, fino a fine maggio 2018. Un’evidenza della consapevolezza del governo americano sulla gestione di ciascuna offensiva, infatti quella dei dazi si intreccia con l’accordo sul nucleare iraniano il cui ultimatum sarà a metà maggio. Un atteggiamento mercantilistico e protezionista quello Usa, che accetterà il contraccolpo sul proprio mercato globalizzato e quindi di interdipendenza a favore di un incremento della propria influenza strategica, già forte.

La crisi coreana resta la più pericolosa del pianeta. Pyongyang non dispone ancora delle capacità balistiche per colpire con la bomba atomica il territorio statunitense, ma potrebbe raggiungere tale obiettivo nei prossimi mesi. Di qui il dilemma americano: attaccare preventivamente il regime, rischiando un conflitto da centinaia di miglia di morti, o accettare il fatto compiuto. Questo Washington dovrà stabilirlo nel brevissimo periodo. Considerando che la Corea del Sud è fortemente contraria a un raid preventivo e che, nei calcoli strategici della superpotenza, la Corea del Nord è soltanto lo Stato cuscinetto che impedisce ai militari americani di giungere al confine con la Cina, vero rivale per l’egemonia planetaria.

Proprio la Cina è impegnata nella realizzazione delle cosiddette via della seta (OBOR). Progetto infrastrutturale di complicatissima attuazione, che dovrebbe estendersi dall’Asia all’Europa. Disegno che presenta alcune opportunità per l’Italia, ma anche numerosi rischi.

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