Il ruolo dell’architettura per la ripresa

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Per rispondere all’emergenza dell’attuale situazione, IN/ARCH auspicando una semplificazione normativa capace di superare l’inerzia determinata dall’attuale bulimìa legislativa, e dalla paralisi burocratica che ne discende, verso un’autentica democrazia partecipativa, avanza “8 proposte per ripartire”:

  • creatività progettuale materializzata in architetture originali non autoreferenziali, ma animate dalla tensione comunitaria propria alla nostra tradizione, che ha conosciuto l’auto-riduzione consensuale della proprietà privata a favore dello spazio pubblico tanto “dal basso”, come nel reticolo dei portici bolognesi, quanto “dall’alto”, come nella facciata di un palazzo nobiliare trasformata in grande attrezzatura collettiva alla Fontana di Trevi;
  • modo di produzione italiano, caratterizzato certo dalla presenza di aziende leader a scala internazionale, ma fondato soprattutto su imprese di dimensioni contenute nelle quali la tradizione intellettuale e manuale del nostro paese contrasta efficacemente la riduzione del lavoro a pura esecuzione meccanica e ripetitiva; dalla galassia di individualità creative deve scaturire un “sistema Paese” integrato, pena una marginalizzazione difficilmente reversibile;
  • contrasto ai “grandi assembramenti” edilizi che hanno condotto alle megalopoli, fonti di crescenti diseguaglianze e potenziali focolai di epidemie, che nella circostanza presente non risparmiamo purtroppo neppure le nostre pur virtuose città medie, a favore di un habitat policentrico e complesso, capace di superare la dicotomia fra agglomerazioni metropolitane e aree abbandonate;
  • rigenerazione urbana mirata all’articolazione degli agglomerati metropolitani in federazioni di comunità integrate autonome, coordinate e idonee ad accogliere degnamente al proprio interno tanto una natura troppo a lungo bandita, quanto persone che raggiungono le nostre coste in fuga da guerre e carestie; tali comunità potranno certamente essere caratterizzate anche da un’alta densità residenziale e funzionale;
  • grande piano di edilizia popolare pubblica per un nuovo welfare abitativo. La necessità di dotare di edilizia sociale ampie fasce di popolazione in condizioni di povertà deve oggi confrontarsi con i temi della rigenerazione urbana e del contenimento di suolo, del riuso e riqualificazione dell’ingente patrimonio immobiliare pubblico e privato inutilizzato o dismesso, di una produzione edilizia ispirata alla sostenibilità ambientale e sociale ed all’efficienza energetica, della rivitalizzazione delle aree interne del Paese e dei borghi disabitati. Un piano per la casa che sappia anche offrire nuove risposte ai problemi dell’accoglienza e dell’integrazione di nuovi lavoratori immigrati, spesso vittime di un disagio abitativo tra i più estremi;
  • rinnovata alleanza con la natura attraverso l’introduzione di modelli produttivi integrati, capaci di ridurre al minimo il consumo di risorse e la produzione di scarti e rifiuti, il rilancio di metodi di coltivazione e di allevamento, mutuati dalla nostra storia e radicalmente alternativi alla monocolturalizzazione e agli allevamenti intensivi, che sappiano inaugurare una nuova stagione dello straordinario paesaggio agrario italiano, del quale dobbiamo continuare a essere custodi creativi soprattutto attraverso politiche di rilancio delle aree interne abbandonate; tale paesaggio potrà certamente trovare declinazioni metropolitane non soltanto nella forma ormai tradizionale degli orti urbani, ma anche in quella più innovativa delle fattorie verticali;
  • riorganizzazione della professione attraverso un superamento delle ambiguità dell’attuale regime ordinistico, a cavallo fra ente di diritto pubblico, magistratura e rappresentanza degli interessi degli iscritti; una riorganizzazione mirata al superamento dell’attuale frammentazione in unità di produzione troppo piccole, culturalmente e tecnologicamente inadeguate alle sfide che la società contemporanea propone all’architettura, a partire dal nuovo paradigma del distanziamento sociale;
  • collaborazione con le Università per un percorso formativo capace di ospitare tanto l’introduzione massiccia di smart working nel lavoro professionale, che la pandemia in corso ha evidenziato come indifferibile, quanto la necessità di sistemi edilizi mobili, provvisori, flessibili che l’emergenza Coronavirus ha portato alla luce e che dovranno probabilmente caratterizzare l’industria delle costruzioni ben oltre tale emergenza, per poter affrontare i continui cambiamenti che la realtà contemporanea produce a ritmo sempre più sostenuto.

In questa prospettiva: “IN/ARCH richiama l’attenzione sul fatto che nella Task Force incaricata dal governo di elaborare le linee-guida per la ripresa sono assenti gli esperti di pianificazione del territorio e di procedure di sicurezza, che risultano invece assolutamente decisivi a che l’immaginazione di una società del distanziamento non finisca per essere dominata dai soli dispositivi centralizzati del controllo sociale. Per scongiurare questo pericolo è fondamentale il ruolo del progetto, ovvero di un’architettura che sappia ripartire da una nuova concezione dello spazio domestico per estendersi poi a una visione territoriale capace di contrastare gli squilibri geografici e le diseguaglianze sociali che, diversamente, sono destinati ad approfondirsi e aggravarsi”.

di Danilo Premoli – Office Observer

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