Partito il gran mercatino degli immobili pubblici

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Quali sono i tesori degli italiani? Il risparmio e il mattone. Di tutti gli italiani, compreso il soggetto pubblico per quel che riguarda il mattone che, allo scopo di far quadrare il bilancio, ha riesumato l’idea, buona da almeno 28 anni e per tutte le stagioni politiche, di vendere il patrimonio immobiliare dello Stato.

Il Mef, nei giorni scorsi, ha pubblicato il comunicato n. 137 Immobili Pubblici, che annuncia il via ufficiale al Piano straordinario di dismissioni 2019-2021. Coinvolti nell’operazione sono l’Agenzia del Demanio, anche attraverso una sezione del sito dedicata, dove si può trovare l’elenco dei primi 93 asset in vendita; Invimit, che a tale scopo ha pubblicato una vetrina online sulla quale al momento sono presentati 167 cespiti in offerta; il ministero della Difesa, non tanto con ruoli operativi di vendita, quanto come offerente di beni e il Notariato, attraverso la propria rete di aste telematiche. Obiettivo del piano è di raccogliere 1,25 miliardi di euro dalle vendite; 950 milioni già quest’anno, più 150 milioni per il 2020 e altrettanti nel 2021.

Tanto? Poco? Troppo? Come sempre sarà il mercato a decidere. Certo, scorrendo le vetrine virtuali l’impressione che se ne trae è simile a quella che si prova quando si fa una passeggiata curiosando tra le bancarelle di un mercatino delle pulci. Qualche occasione c’è sempre, ma la gran parte di ciò che viene esposto è paccottiglia. Negli elenchi ci sono anche ville e magioni attraenti. Ma in quello del Demanio spiccano molte ex caserme, della cui vendita si parla già dal 2004, quando venne abolito l’obbligo della leva, e che da allora sono lì, in attesa di compratori. Oppure si trova qualche faro rimaso invenduto dal progetto Valore Paese Fari, abbandonato dopo il cambio dei vertici dell’Agenzia. Nell’elenco di Invimit, tanto per farne un altro di esempio, 41 asset (il 24,5% del totale) hanno un prezzo minimo d’offerta da 10mila euro in giù.

Il grosso del lavoro toccherà comunque alla Sgr del Tesoro. Invimit, come ha scritto Reuters, istituirà infatti un fondo, il nome dovrebbe essere fondo i3-Dante, in cui verranno conferiti immobili già a reddito per un valore stimato di 500 milioni di euro.

Si suppone che per il fondo i potenziali quotisti siano già stati individuati e contattati. Ma per il resto?

A prescindere dalla bontà o meno dei prodotti in vendita, i numeri in gioco non sono noccioline e qualche perplessità sulla riuscita del piano la suscitano. Se si considerano le dimensioni del mercato italiano del commercial real estate, piazzare 950 milioni di euro in un semestre (che in realtà si ridurrà a 4 mesi, visto che le vendite sono appena partite e siamo a metà luglio) non è uno scherzo. La parte residenziale, che fa molta scena nel racconto mediatico del piano dismissioni, è infatti minima rispetto agli obiettivi complessivi.

Secondo le previsioni di numerose società operative o di analisi, il volume degli investimenti in commercial real estate in Italia quest’anno potrebbe avvicinarsi al record del 2017, quando vennero scambiati beni per quasi 11 miliardi di euro. Nel primo semestre di quest’anno gli investimenti realizzati sono stati pari a 5,2 miliardi. Ne mancano 5,8. E 950 milioni rappresentano il 15,5% circa del totale da realizzare in tempi piuttosto corti rispetto alla durata media delle trattative di questo tipo.

La situazione, forse, è sotto controllo e meno confusa di quanto appaia dall’esterno. Ma allo stato il timore che anche questa volta la grande idea della vendita del patrimonio immobiliare pubblico si riveli sbagliata non sembra così infondato.

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