Opa di Intesa Sanpaolo su Ubi, lo sportello è in via d’estinzione

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Intesa Sanpaolo, la prima banca italiana, ha lanciato a sorpresa un’offerta pubblica di acquisto su Ubi Banca, il quarto istituto nazionale. Si tratta di un’operazione carta contro carta, del valore di 4,9 miliardi di euro. Chi accetterà le 17 azioni Intesa Sanpaolo di nuova emissione per le 10 di Banca Ubi in portafoglio potrà godere di un premio del 27,6% rispetto ai valori di Borsa dei due titoli di venerdì 14 febbraio. L’operazione appare però già in salita: il patto dei soci storici della preda, che rappresentano il 18% del capitale di Ubi, ha rigettato l’offerta al mittente, ritenendola inadeguata.

Opa di Intesa Sanpaolo su Ubi, obiettivi e reazioni

L’obiettivo (per i dettagli dell’Opa di Intesa Sanpaolo su Ubi si veda QUI) dell’operazione è di consolidare la posizione di leadership dell’istituto offerente in Italia, anticipando il fenomeno di consolidamento del settore cui anche la Banca centrale europea si è più volte appellata al fine di puntellare la stabilità del sistema bancario continentale. In caso di successo, inoltre, il gruppo emergente scalerà alla settima posizione a livello europeo per attivi e attorno alla terza o quarta per capitalizzazione.

Sebbene la futuribile super banca sarà concentrata quasi esclusivamente sull’Italia, le nuove dimensioni dovrebbero consentirle di competere autonomamente e svolgere un ruolo propositivo e attivo nel panorama bancario europeo. Per di più in tempi relativamente rapidi. La scelta di Ubi come preda non è stata infatti casuale: l’integrazione tra le due realtà, che hanno profili di business omogenei, potrebbe avvenire in maniera fluida, minimizzando tempi e quindi rischi di esecuzione e massimizzando il valore derivante dalle sinergie emergenti.

La reazione in Borsa alla notizia è stata molto positiva: i titoli Ubi, in crescita superiore al 20%, si stanno adeguando rapidamente ai valori d’offerta; e anche le azioni di Intesa Sanpaolo mostrano un segno più (+2,4%), a conferma che il mercato vede di buon occhio l’operazione. L’unico titolo tra le società coinvolte (si veda più sotto) in negativo, e non poco, è quello di Bper (-8,6% a metà seduta).

Anche i commentatori sono rimasti positivamente colpiti. L’Opa, piovuta dall’alto senza che se ne sospettasse l’arrivo, testimonierebbe che il settore bancario italiano non sta esprimendo il proprio valore intrinseco. Sotto le banche, oltre al caveau, ci sarebbe ciccia. A riprova il fatto che si tratta, da tempo immemore, della prima operazione di acquisizione di settore volontaria e non realizzata a scopo salvataggio e perciò potrebbe scatenare reazioni imitative. Quello che in gergo borsistico viene chiamato Risiko bancario.

Ma lo sportello non lo vuole più nessuno

Al fine di evitare problemi di antitrust, Intesa ha stretto due accordi preliminari per cedere le attività che potrebbero risultare “in eccesso”. La bancassurance derivante da Ubi passerebbe a UnipolSai. Al contempo Intesa ha chiuso un accordo con Bper, che si impegna ad acquistare un ramo d’azienda composto da 1,2 milioni di clienti e circa 500 filiali bancarie, perlopiù ubicate nel Nord del Paese.

Ma questa ipotesi, al mercato, pare non piacere. Il motivo? Di certo perché la Popolare dell’Emilia Romagna dovrà finanziare l’acquisizione tramite un aumento di capitale, operazione cui il mercato reagisce sempre con il segno meno a cauda della diluizione dell’azionariato che generalmente ne deriva; ma anche perché, al di là dei nuovi clienti, il valore degli sportelli bancari è in caduta libera ormai da almeno una decina d’anni, trasformandosi progressivamente da puntello della solidità patrimoniale delle banche in zavorra costosa e inefficiente.

Il Fintech che cambia il volto alle città

Sembra ieri, ma il primo decennio del 2000, quando le banche italiane si disputavano l’un l’altra mazzi da centinaia se non migliaia di sportelli a colpi di rialzo sul prezzo offerto – allo scopo di presidiare il territorio e quindi il mercato nel modo più capillare possibile – è lontano anni luce. Dai 17mila sportelli registrati dalla Banca d’Italia nel 1990 si era passati con una corsa vertiginosa ai 34mila del picco del 2008, per poi ridiscendere attorno ai 25mila attuali.

Le operazioni da remoto sono oramai oltre il 65% del totale. Il numero di volte che ciascun cliente, ogni mese, varca la soglia della filiale dove ha il conto corrente è in caduta libera: secondo l’osservatorio banche-clienti Abi-Ipsos, quasi la metà ci va meno di una volta al mese. Non pochi ci mettono piede una volta l’anno, ma solo per obbligo! Anche per questo gli sportelli serrati negli ultimi 10 anni in tutta Italia sono oltre 9.000 e i comuni rimasti “filiale-free” sono, secondo fonti di stampa che riprendono dati del sindacato di categoria, circa 680.

Anche il crollo dei valori immobiliari partito con lo sboom della bolla subprime c’ha messo del suo. Le filiali, a causa dell’home banking, non servono praticamente quasi più; ma il valore dei muri sul mercato fatica a compensare i prezzi di carico in bilancio. Se a ciò si aggiunge che dismettere una filiale vuole dire affastellare altri costi: di trasloco, di smontaggio dei vetri blindati e strutture ad hoc, di disarmo della camera di sicurezza e del bancomat per diverse migliaia di euro, spesso capita che, tolte insegne e sbarrata l’entrata, lo sportello rimanga semplicemente inutilizzato.

Le vetrine direttamente sulla strada – perché nei decenni scorsi non solo per le banche era necessario occupare ogni palmo di paesi e cittadine, ma si doveva anche farlo vedere e nessuno si sarebbe accontentato di un primo piano, quantunque vista corso – restano vuote. Per un riutilizzo di questi spazi ci vorrebbero quindi idee nuove e strumenti adeguati, oltre che un governo del territorio lungimirante e investimenti. Che probabilmente solo le banche stesse sarebbero in grado di finanziare.

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