Londra: non c’è Piano che regga alla tempesta Brexit

Non basta la firma di una delle più grandi archistar contemporanee, il genovese Renzo Piano, per convincere qualche nababbo a investire 50 milioni di sterline per acquistare un superattico nel centralissimo quartiere Southwark di Londra, in cima al grattacielo più alto d’Europa: lo Shard, disegnato dallo studio dell’architetto italiano e completato nel 2013.

Tutti i 10 appartamenti di superlusso, con prezzi da 30 a 50 milioni di sterline tra il 90esimo e il 95esimo piano della torre a forma di scheggia (appunto shard in inglese), che svetta praticamente sulle rive del Tamigi, sono rimasti invenduti. E c’è di peggio: secondo quanto rivelato dal The Guardian non c’è nemmeno speranza che qualche riccone russo, arabo o cinese – che sino a un lustro fa avevano eletto Londra come propria seconda casa comprando a mani basse e provocando timori di bolla immobiliare nonché di “debritannizzazione” della City e dei quartieri centrali della capitale inglese (suona familiare?) – si faccia avanti: ormai da due anni e mezzo, scrive il quotidiano, non c’è più alcuna trattativa.

Il problema non è ovviamente il prezzo, ma sono piuttosto la Brexit e lo spettro di una futura patrimoniale sugli immobili, che è stata promessa al grido di “dagli ai ricchi” da Jeremy Corbyn qualora il suo partito laburista esca vincente dalle prossime elezioni politiche (forse anticipate).

Che succede a due anni e 5 mesi dalla Brexit

Il goodbye del Regno Unito all’Unione Europea non si sta dimostrando un buon affare per il Paese d’Oltremanica. Le trattative per negoziare un accordo di uscita che salvaguardi gli interessi economici delle due parti (Uk e Ue) sono durissime e piuttosto dispendiose, in particolare per i sudditi di Sua Maestà. In caso di mancata intesa, infatti, a farne le spese sarà soprattutto l’Uk. Basti pensare ai quasi 40 miliardi di euro di finanziamenti europei che Londra dovrebbe restituire sull’unghia e in tempi brevi.

Certo, il leave vincente a maggioranza nel referendum del giugno 2016 non ha per ora provocato quel devastante terremoto che alcuni vaticinavano. Ma lentamente, e soprattutto in modo costante, gli effetti si sentono e si accumulano, spingendo il Paese verso un progressivo declino.

Il valore del mattone, nella Greater London, ha perso in media oltre il 5% da quella fatidica data. Non tantissimo si potrà dire, ma si tratta di un trend in controtendenza rispetto a quanto fatto segnare dalle principali economie continentali (con esclusione dell’Italia e di pochi altri Paesi). I grandi gruppi finanziari, rimasti in standby per qualche tempo in attesa di capire come il processo della Brexit sarebbe andato a finire, hanno iniziato a fare armi e bagagli per trasferirsi dagli headquarter della City verso nuove mete. Parigi è al momento la destinazione più gettonata; più di Francoforte e Dublino, che sembravano le alternative più probabili, e incomparabilmente più di Milano, partita come outsider e messa praticamente fuori gioco da un governo euroscettico e, nonostante le ripetute rassicurazioni, larvatamente anti euro.

Secondo i dati ufficiali, inoltre, la svalutazione della sterlina dopo il leave ha portato sì a un aumento delle esportazioni, ma al contempo ha anche aumentato il valore dell’import, divenuto più caro in termini relativi, quasi annullando gli effetti positivi sulla bilancia commerciale. La svalutazione della moneta, inoltre, ha provocato un aumento dell’inflazione e, a catena, una compressione dei salari reali. A ciò si è aggiunta una riduzione della propensione agli investimenti, nonostante la Bank of England abbia mantenuto una politica monetaria espansiva, e in definitiva un netto rallentamento del tasso di crescita del Pil.

La politica monetaria, da sola, non basta per garantire crescita economica. Peraltro il Regno Unito godeva di sovranità monetaria anche prima della Brexit, non avendo mai adottato l’euro. Semmai avere rinunciato a tutta una serie di rapporti economici di interscambio (di merci, servizi e persone) consolidati nel tempo grazie a consuetudine, accordi e contratti commerciali e stabilità in politica estera provoca effetti negativi sull’economia difficilmente compensabili da svalutazioni competitive della moneta, che alla lunga si traducono in maggior inflazione e, quindi, in minor capacità di spesa per chi vive di salari più o meno rigidi (la maggior parte della popolazione nazionale, quindi).

Se ciò vale per una moneta stabile e storicamente autorevole come la sterlina, peraltro, si può immaginare quale potrebbe essere la magnitudo di tali effetti nel caso di una valuta che, negli anni passati, non ha di certo brillato per solidità e fermezza come è stata la vecchia cara lira. Checché ne dicano i sovranisti di casa nostra.

Nessun Commento