La cura del paesaggio per ripartire

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Le sezioni AIAPP, Associazione Italiana Architettura del Paesaggio, di Lombardia e LAMS (Lazio, Abruzzo, Molise, Sardegna) hanno pubblicato un “Manifesto della Ripartenza per il Paesaggio”, curando anche un video a supporto del documento, che mette l’accento sulla necessità di tutelare il paesaggio (come già prevede l’articolo 9 della nostra Costituzione) visto come “motore” di rigenerazione dopo l’emergenza.

IL MANIFESTO

Riqualificare e curare il patrimonio esistente
Realizzare luoghi condivisi e accessibili
Promuovere la crescita sostenibile
Proteggere la biodiversità e gli ecosistemi
Contrastare la frammentazione del territorio e il consumo di suolo
Valorizzare le comunità locali
Riattivare le connessioni tra città e spazi aperti
Incrementare la rete ecologica

Il territorio fra bisogni e desideri

L’emergenza sanitaria ci ha permesso di riflettere sulle nostre vite e sul principale oggetto del nostro lavoro: il paesaggio. Oggi è l’occasione per immaginare nuovi scenari. La “svolta verde” non ha fermato l’innalzamento delle temperature ma sarà, per forza, il volano della ripartenza. La politica, disinteressata ai bisogni collettivi, continua a utilizzare un modello economico che ha determinato la rovina ambientale. Il paesaggio è centrale, e per questo dobbiamo riflettere sui nuovi paesaggi.

Il paesaggio delle distanze. L’emergenza ha generato fra le persone l’esigenza di nuove distanze che si protrarranno nel tempo; saremo costretti con il distanziamento sociale a immaginare paesaggi fatti anche di “vuoti”.

Il paesaggio dell’economia di mercato. Un mondo in cui oggi pochi godono dei benefici e molti patiscono i danni. Suburbi stracolmi hanno marginalizzato milioni di persone dove vi è malavita e disagio sociale. Pessimi paesaggi generano pessime persone. Ripensare i luoghi, trovare risorse adeguate per garantire i bisogni di chi li abita.

Il paesaggio confinato. La malattia ha confermato che i confini politici non fermano i virus. I confini politici sono linee immaginarie. Il virus ci ha dimostrato che manca, a livello internazionale, un pensiero nelle questioni di interesse collettivo.

Il paesaggio de-globale. De-localizzare e de-produrre ci ha fatto cogliere i limiti di questo modello organizzativo. L’industrializzazione delle filiere produttive nell’agro-alimentare ci espone alla diffusione di patologie a cui si risponde con un massiccio uso di trattamenti chimici, nocivi per la salute. Sarà necessario proporre un sostegno alla biodiversità, quale chiave della valorizzazione del gusto e della sostenibilità, per la crescita di una nuova generazione di consumatori consapevoli. Si tratta di ipotizzare organizzazioni, non gerarchiche e non globali, dove possano convivere diversi modelli organizzativi, capaci di prevedere rinascite.

Il paesaggio del silenzio e della lentezza. Il confinamento ha portato alla nostra attenzione i piccoli rumori, abbiamo scoperto i silenzi nelle nostre case. Il silenzio e il tempo sono valori imprescindibili per l’uomo e per il pianeta. Dobbiamo imparare a considerare il silenzio non più come assenza “di”, ma come occasione “per” e il tempo non come una perdita di qualcosa, ma come la sua riconquista.

Il paesaggio della relazione. Saremo più insicuri e impauriti, forse, diffidenti rispetto al buon senso dell’altro. Il “fuori da casa” sarà il luogo della mancanza di controllo. Torneremo a credere che la parte sommitale delle montagne è il luogo sicuro. La pianura, dove viviamo, diverrà pericolosa. Sarà l’occasione per rivedere ripopolata, con la forza del lavoro, la nostra orografia.

Il paesaggio del lavoro. L’emergenza ha fatto esplodere il telelavoro. Una modalità lavorativa che riduce gli spostamenti, e impatta meno sull’inquinamento, ma che ci farà avere orizzonti brevissimi. Si evidenzierà anche quanto lavoro effimero portiamo avanti, lavoro-contenitore, privo di contenuti. Che sia questa l’occasione per avere il tempo da dedicare alla sostanza?

Paesaggio e Stato. Il libero mercato ha generato questi paesaggi. Lo Stato dovrà riprendere il suo ruolo, tutti invocheranno più Stato. Sarebbe auspicabile il riordino della relazione fra pubblico e privato. In una crisi globale, cittadini e imprese si rivolgono allo Stato, capace di caricarsi sulle spalle il fardello di tutti; lo Stato dovrà riprendersi un ruolo di regia, evitando la privatizzazione dei vantaggi e la socializzazione degli oneri.

Il paesaggio degli interstizi. La cura dei luoghi fa la differenza, anche in termini igienici. Un territorio accudito anche negli interstizi genera luoghi salubri fisicamente e mentalmente. Dovremo occuparci di molti brandelli di paesaggio, spazi non gestiti che dovranno trovare una progettazione ed una cura.

Il paesaggio del giardino privato. Spazi pubblico e privato avranno ruoli nuovi. Lo spazio privato sarà vissuto come un’estensione della casa, filtro con il paesaggio e con il mondo esterno poco sicuro. Lo spazio pubblico, sarà sovraccaricato di necessità sociali e sarà percepito come zona libera dai contagi, necessaria, per tutti.

Paesaggio e scuola. Le nuove generazioni si formano nella Scuola e nell’Università. Dovrà divenire un luogo che esca dagli specialismi e che eviti di castrare le curiosità trasversali. Il modello dovrà rimuovere l’idea che la competenza si generi quasi esclusivamente sulla nozione. Si dovranno valorizzare gli stili cognitivi e si dovrà insegnare ai nuovi cittadini a muoversi nella complessità come paradigma per la lettura della realtà. Metodo e non saperi fini a se stessi. Questo cambiamento genererà il paesaggista “regista” di competenze e risorse di natura diversificata.

di Danilo Premoli – Office Observer
 

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