Hospitality e spazio: cambiamento in divenire, irreversibile e tutto da capire

hospitality disegno

Il mondo dell’hospitality negli ultimi 20 anni ha registrato profonde trasformazioni. Il Covid-19 è solo l’ultimo evento che sta inevitabilmente modificando il nostro modo di pensare, di agire e di vivere gli spazi. La conferma arriva dalle risposte del questionario promosso da Eclettico Design: Il tempo delle domande.

Come afferma lo storico Alessandro Barbero, il Covid-19 è una periodizzazione, ossia un evento che determina un prima e un dopo, un fatto da cui non si può tornare indietro: esattamente come l’attacco alle Twin Towers, per dire del precedente più prossimo, o lo scoppio delle due guerre mondiali. Ogni periodizzazione modifica il nostro modo di pensare e di agire, e molto probabilmente quella che stiamo vivendo non farà eccezione. Anzi, lo ha già modificato nei nostri vissuti del tempo e dello spazio.

Lo spazio è diventato una risorsa scarsa, come prima lo era il tempo

Certamente siamo d’accordo con Mauro Ferraresi, sociologo dei consumi e della comunicazione, quando afferma in una recente intervista che il bene con maggior valore nel dopo Covid-19 sarà lo spazio.

“Mentre in epoca pre-Covid noi tutti cercavamo di comprare tempo, magari viaggiando in alta velocità o usando la tecnologia per le nostre faccende quotidiane, adesso siamo costretti invece ad acquistare spazio. Sbaglio? Mi ricordo una bellissima frase pronunciata da un grande imprenditore anni fa: ‘Noi non andiamo in posti diversi da quelli che frequentano i borghesi, ma ci andiamo prima e molto più comodamente’. Rappresenta bene un mondo che voleva più tempo, lo acquistava. Adesso forse dovremmo sostituire la dimensione temporale con quella spaziale. Compreremo spazio, ne avremo bisogno”.

Ma quale spazio? In fondo lo spazio è sempre stato un elemento tanto più apprezzabile quanto più generoso, soprattutto se pensato e dimensionato oltre la sua destinazione funzionale.

“Fa’ gli spazi grandi, Hugo, così puoi farci dentro tutto”, diceva Ludwig Mies van der Rohe a Hugo Häring, con cui negli anni 1920 divideva l’ufficio a Berlino, commentando con benevolo scetticismo (e un po’ di amichevole scherno) i suoi esperimenti di sbieche e labirintiche planimetrie dedotte dalle funzioni con acribia apparentemente scientifica: per esempio corridoi che si restringevano, di cui Häring motivava le rastremazioni con il fatto che alla fine dei passaggi il traffico diminuisce e dunque richiede meno superficie.

Lo spazio è uno status symbol

un ufficio grande e spazioso, una bella e ampia abitazione, sono sempre stati forti messaggi sociali di distinzione. D’altra parte “una bella casa è una casa grande” diceva Jean Nouvel, e la “grandeur” spaziale è il primo e irrinunciabile elemento per dare perfino a un alloggio sociale lo stato d’eccezione del lusso.

Abitazioni, uffici, sono cosiddetti “spazi strutturati”, come dice Ferraresi. Ora dobbiamo estendere questo grande valore supplementare dello spazio agli spazi destrutturati, ovvero quelli pubblici. E’ anche questo l’effetto della periodizzazione dovuta al Covid-19.

Il tempo delle domande

L’isolamento sociale vissuto tra paure e speranze ha indotto tutti a riflettere se questo cambiamento, totalmente inedito, si accompagnerà a nuovi e rinnovati stili di vita, scale di valori, modalità lavorative, dimensioni economiche, modi di progettare.

Il questionario Il tempo delle domande promosso da Eclettico Design ha posto interrogativi rilevanti sul futuro, la quotidianità, lo stato emotivo delle persone, le modalità di relazione.

Il domani viene da tutti percepito come portatore di un cambiamento irreversibile.

Eppure, il quadro che emerge dall’analisi delle risposte cristallizza una situazione di grande indeterminatezza. Tra le opzioni – “del tutto d’accordo”, “prevalentemente d’accordo”, “del tutto in disaccordo”, “prevalentemente in disaccordo” – spicca prepotente la maggioranza dei “prevalentemente d’accordo” e del “prevalentemente in disaccordo”, a significare che non si hanno (ancora) i necessari strumenti per assumere posizioni nette e decise: il “parzialmente” denota un’impasse decisionale, perché mancano conferme e certezze. Il risultato sarebbe stato certamente più selettivo e netto se le domande fossero state poste all’inizio del lockdown o se si porranno dopo il ritorno alla normalità.

Tutto è accaduto in modo improvviso e inaspettato e da troppo poco tempo.

Tutti stiamo vivendo in una fase di disorientamento e di adattamento, in un presente magmatico, in una incertezza orientata, ma non definitiva.

Emerge chiaramente un’ambivalenza tra l’apertura ad accogliere nuove possibilità e visioni e il timore per lo sconosciuto e per un futuro che si presenta in modo poco definito e definibile. Ambivalenza che si può cogliere anche nella disponibilità a vedere in modo positivo un cambiamento nei tempi e nelle modalità lavorative (smart working), ma che nel contempo è accompagnata dal timore di non poter più mantenere il proprio benessere attuale.

Anche se si intravvedono direzioni da percorrere è ancora troppo presto per comprendere quali speranze, possibilità, forme e rinunce il futuro ci presenterà e quali adattamenti e scelte ci verranno richiesti per poter vivere in una giusta, equilibrata armonia tra libertà e sicurezza, autonomia e dipendenza e forse in un mondo più equo e rispettoso.

Hospitality; quali cambiamenti si produrranno?

E’ da almeno 20 anni che l’ambito dell’ospitalità sta registrando profonde trasformazioni, travolto da avvenimenti anche drammatici: dopo il famigerato 11 settembre, per esempio, c’è stato un crollo sensibile delle presenze mondiali legate soprattutto al business del 4 stelle che ha decretato l’inizio del declino delle categorie intermedie. Parallelamente il lusso è diventato sempre più lusso, mentre è rapidamente cresciuto il mondo del budget hotel. Il risultato è stato una polarizzazione sempre più spinta.

Con lo sviluppo delle nuove piattaforme digitali, quelle polarità si sono via via identificate con due modelli: da una parte la categoria raggruppata (collapsed scale) del Luxury & Upper Upscale, e dall’altra Airbnb. Le forme di fruizione del settore hospitality si sono sostanzialmente configurate come contrapposizione tra questi due “eccessi”, si può dire.

Così si è sostenuto fino a febbraio 2020. E dopo il Covid?

Le prime avvisaglie sembrano staccarsi fortemente da questa netta differenziazione: le catene alberghiere internazionali guardano con sempre maggiore interesse proprio a quelle categorie intermedie messe in crisi dalla periodizzazione precedente, mettendo a fuoco più attente profilazioni relative al 4 stelle o 4 stelle plus. Allo stesso tempo, riteniamo che la fascia Luxury non abbia eccessive difficoltà a mantenere le proprie quote di mercato (come sempre del resto). Se è vero che la differenza la farà chi si potrà permettere di avere a disposizione spazi pubblici più ampi, il comparto Luxury è certamente il segmento che ha margini maggiori per rispondere con agio a queste nuove esigenze.

Ma perché più spazio pubblico?

Ovviamente ciò è legato alla possibilità di tutelare la salute degli ospiti e dei lavoratori, attraverso il loro distanziamento e la loro corretta distribuzione fisica in ambienti condivisi. E’ questo l’altro aspetto determinante del post-Covid. Chi potrà garantire un sufficiente livello di sicurezza avrà sicuramente un appeal maggiore, poiché risponderà meglio al disagio latente della paura di contagio e agli effetti sugli stili di vita del mercato ricettivo. Ancora più decisiva sarà la possibilità di certificare tale sicurezza, e in questo le tecnologie avranno un ruolo molto importante, in particolar modo quelle relative alla disinfezione.

Anche dal questionario di Eclettico emerge come i grandi brand delle catene internazionali riscuotono di gran lunga una maggiore fiducia, sembrano offrire maggiori garanzie di sicurezza e di solidità nell’affrontare agilmente un piano di cambiamento efficace – nei servizi e nei layout – grazie alle maggiori disponibilità economiche rispetto a brand minori o hotel a conduzione familiare.

E questa percezione generalizzata si prospetta come una questione da affrontare con urgenza in un Paese come l’Italia in cui la maggior parte degli alberghi sono di piccole dimensioni e a conduzione familiare.

L’Italia rimarrà comunque un attrattore molto forte per gli investitori stranieri nel mondo Real Estate e nel comparto alberghiero, ma queste nuove esigenze dei consumatori dovranno trovare un’adeguata risposta da parte degli operatori. Per quanto tutto il settore stia accusando in maniera pesante le conseguenze della pandemia, è facile pensare che ad avere maggiori opportunità di risollevarsi e recuperare le proprie quote di mercato saranno quindi le catene alberghiere. Mentre la funzione del web e il ruolo del modello Airbnb possono avere più difficoltà a ritrovare la via dell’espansione che li ha caratterizzati negli anni recenti, proprio a causa di quella sicurezza che la formula dell’affitto breve, spesso unita a una gestione il più delle volte amatoriale della sanificazione degli ambienti, non può garantire altrettanto bene.

Diverso è l’affitto di case vacanze che, invece, promettono sensazioni di maggiore protezione. E così si tende e si tenderà – ed è un fenomeno attualissimo – a scegliere di affittare residenze anche per periodi medio-lunghi perché la gestione della casa e la sua sanificazione fatte in prima persona rispecchiano maggiormente un senso diffuso di sicurezza domestica.

Spazio dell’intimità vs spazi comuni

Quindi i parametri che il cliente alberghiero cercherà nei prossimi anni sono la disinfezione e più spazio pubblico a disposizione.

Non c’è dubbio, infatti, che il turismo sia destinato a cambiare: saremo tutti molto più attenti, controlleremo la qualità e l’igiene delle strutture in maniera più meticolosa (poi è ovvio che la pulizia è sempre stato un driver fondamentale, se non altro per una questione di civiltà), gli spazi comuni dovranno permettere maggior agio fra gli ospiti, prevedere sale separate e avere un’attenzione particolare anche alla privacy. Il settore extra lusso, in questo senso, sarà di ispirazione per gli altri segmenti.

Un altro dato emerso con chiarezza dal questionario è la polarizzazione molto forte tra coloro che sono d’accordo e coloro che sono in disaccordo nel ritenere che lo spazio dell’intimità assumerà un’importanza maggiore rispetto allo spazio dell’incontro.

Legata a questa è la considerazione che l’esperienza delle limitazioni degli spazi di relazione avrà un notevole impatto nella progettazione degli alberghi leisure del futuro, così come degli alberghi business: gli utenti quindi non riscontrano differenze sostanziali tra le due tipologie di hotel. Di conseguenza anche per brand dedicati a millennials e alla Generazione Z che fanno degli ambienti comuni e di socializzazione il loro punto di forza l’esperienza delle limitazioni degli spazi di relazione cambierà sicuramente la percezione e la conseguente progettazione di questi ambienti. Modelli come questi – basati sull’incontro informale e sulla socializzazione per merito di un design non convenzionale e (apparentemente) non strutturato – saranno ancora cercati e scelti dai guest? E’ una domanda centrale, che va a impattare non solo l’hospitality, ma anche i coworking, per esempio, diffusi in modo esponenziale anche per la possibilità di fare un networking informale e friendly.

Sarà per sempre?

Se diamo credito ai tempi di riadattamento che, sempre secondo Ferraresi, sono necessari ad assorbire il colpo, avremo bisogno di cinque volte tanto la durata del trauma del lockdown. Poi possiamo anche pronosticare, se e quando arriverà il vaccino, che la situazione possa tornare come prima e farci riconquistare (se così si potrà definire) una qualche normalità. Ma ormai, molto probabilmente, avremo cambiato le nostre abitudini e sarà difficile tornare indietro.

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