Conte bis vs Conte primo, di discontinuità se ne vede poca

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Il governo Conte bis è ai nastri di partenza. Entro questa settimana, al massimo, il premier ridesignato si recherà dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella con la lista dei ministri, e da lì partirà l’iter verso il voto di fiducia che in Parlamento sancirà la nascita della nuova maggioranza giallo-rossa in vece di quella giallo-verde.

Il premier, Giuseppe Conte, così come i leader dei partiti a sostegno del nuovo esecutivo – Luigi Di Maio sul fronte 5Stelle e tutta una serie di galli nel pollaio Pd – assicurano che quello entrante sarà un governo di discontinuità. La realtà, per lo meno dal punto di vista economico, appare però molto diversa. La lista dei desideri uscita nei giorni scorsi dalle dichiarazioni dei vari leader, al fine di indirizzare verso una piattaforma programmatica comune la nuova maggioranza, ricorda tanto l’immagine di chi desidera moglie ubriaca, botte piena, e già che ci siamo un paio di stuzzichini per l’aperitivo!

Disinnesco clausole Iva, salario minimo, taglio del cuneo fiscale, investimenti in infrastrutture, green economy, basta austerity, più soldi nelle tasche degli italiani, più investimenti… E via così, senza mai indicare le possibili coperture, se non accennare a una non definita (numericamente) flessibilità di bilancio. Che vuol dire maggior deficit.

E dove starebbe la discontinuità rispetto a quanto detto e fatto dal governo uscente? O rispetto all’ultima sparata di Matteo Salvini (deficit al 5%)?

Certo, è verosimile che il Conte bis godrà di un atteggiamento più morbido rispetto a quello riservato al Conte primo da parte delle istituzioni europee. Si suppone infatti che il Movimento 5Stelle, il cui voto è stato determinante per l’elezione di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione Europea, passerà all’incasso. Non si vuole credere che l’appoggio alla candidata tedesca sia dipeso solo dalla volontà di fare un dispetto all’ex alleato di governo o dal fatto che la Lega abbia cambiato idea all’ultimo momento senza avvisare i partner. Ma ciò che si potrà ottenere sarà comunque poco.

Il deficit programmato per il 2020 è del 2,1%. Ammettiamo che possa essere concesso un ulteriore 0,5% di deficit, pari a 8,5 miliardi di euro mal contati; ma perché censurare i sogni? Supponiamo che l’elasticità concessa sia ancora più lasca, fino a 10 miliardi. A bocce ferme la manovra entrante, tra disinnesco clausole di salvaguardia, spese indifferibili e un po’ di altra robetta decisa negli esercizi precedenti (tipo le mancate privatizzazioni) segna un conto di 30 miliardi abbondanti.

Lo spazio di manovra, anche contando i risparmi su quanto speso per Quota 100 e Reddito di cittadinanza (meno di 5 miliardi per le stime più ottimistiche) è veramente minimo. A parte qualche misura di bandiera – la più probabile per appagare il lato sinistro della coalizione riguarda il salario minimo – di discontinuità all’orizzonte non se ne vede molta.

Investimenti, investimenti, investimenti!

Il rilancio degli investimenti, pubblici e privati, è una delle parole d’ordine attorno a cui si è unita la nuova maggioranza. Investire, creare lavoro e quindi reddito disponibile e consumi, è la catena di trazione che sottende a questa idea. In fin dei conti si tratta di un bel passo avanti rispetto all’idea di input pentastellato di distribuire redditi di cittadinanza per stimolare i consumi.

Solo che, anche in questo caso, non si vede altra possibilità di finanziamento se non uno sforamento delle regole di bilancio europee. In realtà, come più volte sottolineato anche dal presidente della Bce Mario Draghi, il fiscal compact già prevede tutte le deroghe per finanziare riforme strutturali e investimenti. Purché si tratti di piani seri, attuabili e messi in atto e che le risorse non vengano invece distratte per spesa corrente. Cosa successa con preoccupante regolarità in Italia negli anni, a prescindere dal colore del governo in carica.

Infine, secondo quanto riporta il Sole 24Ore, “il consuntivo finale del bilancio dello Stato ha certificato che nel 2018 il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, non ha speso 5,7 miliardi di fondi disponibili nel bilancio di cassa, tanto che si è gonfiato ulteriormente l’ammontare dei residui: oltre 13 miliardi a fine anno”. Questi dati confermano quanto più volte ribadito dal ministro dell’Economia uscente, Giovanni Tria, secondo cui praticamente il 60% di disponibilità di cassa non è stato speso.

Ecco, un nuovo governo che ottemperasse con maggiore efficienza ed efficacia alla propria funzione istituzionale e costituzionale di organo esecutivo, sbloccando e utilizzando le risorse già stanziate, lancerebbe probabilmente il segnale di discontinuità più importante e foriero di conseguenze; verosimilmente positive.

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