C’è qualche errore di calcolo nella formula della felicità

Come a ogni marzo, anche nel 2019, è stato pubblicato il World Happiness Report, con il quale – basandosi su una serie di parametri riferiti al Pil, al livello culturale, alle aspettative di vita, ad aspetti sociali, ecc.. – i diversi Paesi vengono messi in fila dal più felice al più triste.

Come ormai si è abituati a leggere compulsando questa e altre classifiche simili, i posti più felici dove vivere sarebbero i Paesi scandinavi, cui si aggiungono una manciata di altri posti tutti più o meno vicini al Circolo polare artico. Tra i primi dieci classificati, peraltro, non ci sono né Usa, né Cina, né Giappone, né Germania… Nessuno dei Paesi con il Pil più alto. Nemmeno l’Italia, per la verità, che si classifica al 36esimo posto.

Il paralogismo cui arrivano i commentatori del report, date le due premesse, è condensato nella frase: “Il Pil non misura la felicità”. E grazie al… Verrebbe da ribattere.

Al di là del fatto che tutti i Paesi della Top Ten si ritrovano anche nella classifica dei primi 20 al mondo per Pil pro capite – come dire: il Pil non fa la felicità, ma aiuta – l’errore di fondo è quello di volere attribuire al Prodotto interno lordo un significato che non ha.

Questa convinzione arriva da lontano; più o meno dal 1968, quando il senatore americano, Bob Kennedy, tre mesi prima di cadere vittima di un attentato, fece un discorso nel quale affermava che “Il Pil misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Aperto il vaso di Pandora, nel tempo sono emersi i più disparati metodi alternativi per misurare la crescita – crescita generale e non più solo economica – dei Paesi.

Misurare la felicità collettiva, però, non è uno dei compiti del Pil. Ciò che questo indice riporta è, a prezzi di mercato, il valore aggregato di tutti i beni e i servizi finali, prodotti sul territorio di un Paese, in un dato periodo di tempo, convenzionalmente un anno o sue parti (trimesti e semestri). Non c’è alcun cenno a concetti come benessere o felicità.

E a ben vedere, il Pil non è nemmeno tanto “bravo” a calcolare il valore economico. Per esempio, tutto ciò che è volontariato o lavoro non retribuito non viene contato. L’esempio più classico sono tutte le donne che offrono ore e ore di lavoro gratuito in casa come casalinghe o nella cura parentale. O ancora, il calcolo del Pil non tiene conto delle esternalità negative, per cui abbattere una foresta produce Pil, reimpiantare alberi con il solo scopo di ricreare il verde no.

Ma pur incompleto il Pil ha un grande pregio: è il più oggettivo possibile, non dipende da preferenze o scelte di vario tipo, e nemmeno dal periodo storico in cui viene calcolato. Rende possibili comparazioni e di ordinare i dati. Intranazionali per lo stesso Paese in anni diversi, o internazionali confrontando un Paese con altri. I risultati poi vanno approfonditi e le relazioni spiegate, ovviamente, ma l’indicazione giunta dal o dai Pil è univoca.

Come detto sopra, da più parti vengono proposti indici alternativi al Pil, mirati a calcolare un più generico concetto di crescita (non più solo economica), che ha a che fare con il benessere collettivo e, anche troppo spesso, con la felicità. Tutti questi esperimenti implicano però una serie di valutazioni non oggettive per potere attribuire un valore e ordinare tutta una serie di aspetti che, per loro natura, sono variabili, dipendono da molti fattori sino, estremizzando, dai gusti personali.

La teoria economica, in particolare quella neoclassica, si è già trovata di fronte a un problema simile, e per risolverlo ha introdotto un sistema di preferenze che spiegano l’agire economico dell’individuo. Ma per fare funzionare il modello, anche dal punto di vista matematico, il sistema neoclassico si è inventato un individuo tipo, valido universalmente ma di fatto inesistente, cristallizzando il processo della scelta in nome della razionalità (l’individuo economico persegue il meglio) e spogliandolo di un qualsivoglia contenuto psicologico e descrittivo. Le altre soluzioni proposte non raggiungono risultati migliori.

Peraltro, parafrasando John Stuart Mill che invitava a diffidare del despota che decide per il bene altrui, è forse il caso di non fidarsi troppo nemmeno di chi, anche se in buona fede, vuole venire a spiegare in cosa consiste la felicità tua o mia.

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