Il borgo fantasma di Consonno rivive con i mondiali di nascondino

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Tana libera tutti! A questo grido la cittadina fantasma di Consonno, in provincia di Lecco, si risveglierà per una manciata di giorni dall’oblio e dall’abbandono. Il borgo, nato in epoca medioevale e ricostruito in coda al Miracolo economico italiano, è abbarbicato sulle prealpi lombarde, in mezzo a frasche e foreste, ed è stato scelto come sede per l’ottava edizione del campionato mondiale di nascondino. Tra l’8 e il 10 settembre 80 team provenienti da una dozzina di Paesi nel mondo e composti da 5 persone ciascuno si sfideranno nascondendosi e scovandosi nel parco incolto di fronte ai palazzi abbandonati e fatiscenti di quella che doveva essere la piccola Las Vegas italiana.

Difficile trovare una location più adeguata per una gara internazionale come il campionato mondiale di nascondino. La Consonno moderna, seppur di vita effimera, voleva infatti essere un regno del divertimento e dell’intrattenimento. Nacque dalle visionarie idee del conte Mario Bagno, imprenditore attivo negli anni 60 nelle costruzioni, in particolare di infrastrutture stradali e ferroviarie, che aveva posato gli occhi sul minuscolo borgo in posizione panoramica e facilmente raggiungibile da Milano per costruirvi il suo Paese dei balocchi. Peraltro balocchi da adulti.

Storia di un fallimento

A fare la fine di Lucignolo, in questo caso, è stato però il borgo stesso. L’idea di realizzare un centro urbano fuori dagli schemi, tutto dedicato al divertimento e al leisure (come si direbbe oggi), che fosse facilmente e rapidamente raggiungibile dall’opulenta Svizzera e dalla ricca Milano fu senz’altro innovativa per quegli anni.

I metodi, invece, furono quelli classici e spicci di quell’epoca di tumultuosa crescita e di profonda e spesso traumatica trasformazione economica e sociale. Il conte Bagno acquistò negli anni 60 terreni e vecchi casolari, promettendo sviluppo, soldi e posti di lavoro. Fece sloggiare i paesani, spianò con le ruspe e iniziò a costruire il suo sogno urbanistico. Una collezione di edifici lussuosi ed eccentrici, progettati per lo spasso degli adulti, tra cui un grande albergo, un’enorme sala da ballo all’aperto, una pagoda cinese, un castello, una via commerciale fatta di piccoli negozi in stile arabeggiante a ricordare un Suq, persino un minareto che svetta su tutto il complesso (e chissà cosa avrebbero detto i difensori della purezza italica visto il casino che hanno fatto per quattro palme piantate in piazza Duomo a Milano, e pure gratis). Nel corso degli anni, inoltre, Bagno aggiunse continuamente una varietà di divertimenti, come un trenino panoramico, locali notturni, uno zoo – immaginato, ma mai realizzato.

Il divertimento, però, durò solo otto anni, sino alla chiusura dei locali e al seguente abbandono e rovina del borgo. La documentaristica dell’epoca, e per la verità anche quella più recente, si sofferma sull’aspetto sociale della breve storia del Paese dei balocchi del conte Bagno, descrivendo i poveri abitanti estirpati dai luoghi di nascita, manco fossero stati deportati e non pagati, e puntando il dito sull’avido e spietato speculatore (come attendersi una lettura diversa: erano i magnifici anni 70, bellezza!).

La verità è che la Las Vegas italiana era un business balordo e nato sbagliato. In primo luogo anacronistico, sebbene in senso inverso rispetto all’accezione che si è usi attribuire al termine: fuori dal tempo perché troppo in anticipo. Basti pensare al successo di un certo turismo un po’ fighetto che aspira al lusso e all’esclusività offerto dalle strutture totalmente artificiali (anche culturalmente e come tradizione) costruite in alcuni Paesi della penisola arabica a scopo divertimento.

E poi era stato portato a termine in ritardo rispetto alle scadenze iniziali – la burocrazia italiana allora non era molto diversa dall’attuale – ed era entrato a pieno regime a inizio anni 70; quando il boom si era ormai raffreddato, la Dolce vita era solo un caldo ricordo, montava la contestazione politica e la crisi petrolifera del 73 aveva messo il Paese di fronte a tutti i limiti del proprio sistema economico e produttivo. Il successo sperato, in pratica, non arrivò mai.

La cittadina continuò le proprie attività ricreative come l’orchestra del Titanic continuò a suonare ignara e indifferente dell’urto fatale con l’iceberg. Iceberg che per Consonno fu una frana che nel 1976 spazzò via parte del Paese, ma soprattutto la strada che qui conduceva, impedendo l’accesso del pubblico, e decretandone l’abbandono.

Oggi il villaggio è una città fantasma: un insieme di gusci e scheletri di negozi, ristoranti e alberghi. Abbandono, degrado, graffiti e vandalismo hanno preso il posto dei balli e dell’antico sfarzo. Ma per alcuni giorni, grazie a un gruppo ben nutrito di adulti alla ricerca delle emozioni forti che durante l’infanzia e la giovinezza regalava il gioco del nascondino, il Paese dei balocchi del conte Bagno potrà rivivere i propri fasti. Non all’interno delle strutture, pericolanti e inagibili, ma almeno nel grande parco circostante.

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