Bce, ora la pacchia è davvero finita

Mario Draghi

Mario Draghi, atteso al varco dai mercati nella giornata della partita d’esordio dei Mondiali di calcio, in cui sono stati annunciati i tempi di uscita dall’alleggerimento quantitativo (il Quantitative easing) della Banca centrale europea, è riuscito a tranquillizzare i mercati dando un bel calcio alla palla e facendola finire in tribuna, guadagnando così ancora un po’ di tempo.

L’annuncio che l’acquisto di titoli di stato europei verrà ridotto da 30 a 15 miliardi dal prossimo ottobre sino a fine anno, per poi annullarsi completamente da gennaio 2019, è stato accompagnato dalla dichiarazione che la politica dei tassi resterà molto accomodante, a zero o poco sotto, almeno sino a inizio settembre 2019. Tanto è bastato alle Borse per prendere la strada del rialzo, allo spread per stabilizzarsi su livelli normali, e all’euro per tornare sui propri passi rispetto al rialzo sul dollaro fatto segnare in mattinata.

Anestetizzato l’effetto immediato della decisione (attesa) della Bce, serve allungare un po’ lo sguardo per analizzare quali potranno essere le conseguenze nel medio periodo.

L’effetto più importante, per lo meno in Italia, sarà sul debito pubblico e sul suo costo. Da marzo 2015, quando la Bce iniziò il Qe, sino a oggi l’istituto centrale europeo ha acquistato oltre 300 miliardi di debito pubblico italiano (secondo le stime di IntesaSanpaolo).

Certo sul mercato secondario, non cioè sottoscrivendo in fase di emissione come faceva il Tesoro italiano con il debito non sottoscritto dal mercato sino a tutti gli anni ’80; ma l’aiutino al costo del debito e a tenere sotto controllo il famigerato spread è stato importante. E sui possibili effetti delle variazioni del rendimento dei titoli di stato tedeschi e italiani i lettori di Requadro sanno già praticamente tutto.

In ottica prospettica, il problema fondamentale risiede nel fatto che l’Italia non ha approfittato di questi anni di tassi raso terra e di costo del debito ai minimi storici per ridurre il debito pubblico e nemmeno, al limite, per finanziare una maggiore spesa per investimenti, preferendo continuare ad alimentare la spesa corrente. I dati dicono che l’austerità dei conti pubblici in Italia c’è stata si e no per un paio d’anni (essenzialmente con il governo Monti), mentre è dal 2015 almeno che il rapporto deficit su pil strutturale (che è la metrica principale per calcolare quanto un bilancio pubblico sia restrittivo) è in espansione.

Da gennaio prossimo, in misura progressiva, è probabile che il costo del debito pubblico italiano vada gradualmente aumentando, non per un aumento dei tassi di riferimento (che come promesso da Draghi rimarranno stabili, anche perché le prospettive di espansione dell’economia europea sono state ridotte per il 2018 dal 2,4 al 2,1%, e quindi non ce ne sarebbe bisogno), ma per il riemergere nei rendimenti dei titoli di stato italiani tutto il costo del rischio Paese che era rimasto sotto traccia grazie al Qe.

In altre parole i margini da dove attingere manciate di punti base di spesa pubblica in più si andranno assottigliando, rendendosi necessari per essere utilizzati a servizio del debito esistente. Così come la possibilità di implementare veramente la politica economica iperespansiva del contratto di governo giallo-verde. A meno di non volere pagare interessi stratosferici sul debito, e non perché i mercati complottano contro di noi aizzati dalle agenzie di rating, ma perché un soggetto indebitato al di sopra delle proprie possibilità, anche se pubblico, si lega mani e piedi, mettendo per di più la cima del cappio in mano ai propri creditori.

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