Accordo Ue sugli aiuti, ma per le aziende la burocrazia è pericolosa quanto il virus

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L’Eurogruppo ha trovato l’accordo sugli aiuti economici ai Paesi membri alle prese con la crisi innescata dalla pandemia di Covid-19. Sul piatto ci sono 1.000 miliardi di euro, che si vanno ad aggiungere agli stabilizzatori automatici, primo dei quali l’acquisto massiccio e quasi incondizionato di debito da parte della Bce.

Il piano è, ovviamente, il risultato di un compromesso. Essenzialmente: non ci sono gli eurobond – sebbene l’idea che in quattro e quattr’otto si potesse strutturare uno strumento di questo genere, con le enormi implicazioni politiche e istituzionali oltre che finanziarie che comporta, quando da dieci anni se ne parla senza fare mezzo passo avanti, è del tutto velleitaria se non biecamente opportunista – ma c’è il Mes, talmente depotenziato nelle condizionalità dello strumento da non sembrare nemmeno più lui.

Del pacchettone totale, pari a circa il 4% del Pil europeo, 500 miliardi saranno subito a disposizione attraverso tre strumenti: il Mes con prestiti mirati a coprire la spesa sanitaria (questa l’unica condizione in campo); il Sure che copre i costi del programma anti disoccupazione, la cosiddetta casa integrazione europea; e la Bei, che fornirà liquidità alle economie continentali. I restanti 500 miliardi saranno frutto di un successivo piano di rilancio economico, ancora da definire, che potrebbe essere finanziato con l’emissione di titoli comuni. Gli eurobond, o meglio i coronabond, usciti dalla porta potrebbero quindi rientrare dalla finestra con un nome diverso.

Questa soluzione di compromesso non ha fatto felice nessuno, ma ha un grande pregio: la rapidità delle decisioni.

La lotta per fronteggiare la malattia economica scatenata dal coronavirus è soprattutto una lotta contro il tempo. Le aziende, in particolare le piccole e micro che tracciano l’ordito di buona parte del tessuto economico italiano, hanno il fiato sempre più corto: le bombole di liquidità si stanno esaurendo. Per liquidità non si intende tanto la quantità di moneta immessa nel sistema dalla banca centrale, quanto il cash-flow fatto dalle entrate che consentono di coprire le spese di funzionamento dell’azienda. Stampare moneta, ancorché sovrana, non servirebbe a nulla. Serve politica fiscale, serve sostegno al lavoro, serve credito agevolato.

Giovedì scorso il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, commentando la “poderosa” manovra messa in campo con il decreto liquidità ha assicurato che “i 400 miliardi di finanziamenti alle imprese verranno erogati entro l’anno”. Entro l’anno? I fondi servono ora! Per restare in piedi e ripartire quando l’attività economica riuscirà a ripartire.

Non è solo una questione di cifre, cioè, ma anche di modi. La complicazione burocratica, che è uno dei grandi mali di questo Paese ben precedente al Covid-19, interferisce con la cura adottata, rischiando nei fatti di renderla inefficace. Ogni provvedimento implica una sfilza di incombenze burocratiche, è pieno di eccezioni e di condizioni, ogni iter burocratico è tortuoso e ambiguo. Il risultato è che poco o nulla ancora di quanto stanziato è arrivato nelle casse di chi ne ha bisogno, e diritto. E’ l’occasione per implementare una forte sburocratizzazione delle procedure e dei rapporti tra pubblico e privato. Tutti ci perderanno da questa crisi! Probabilmente ci sarà qualche “furbo” (leggi criminale) che approfitterà delle risorse pur non meritandosele. Ma farne morire 1000 per educarne 1 non è la soluzione più efficiente per combattere la crisi.

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